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Chi è senza peccato?

Le aziende sono organizzazioni complesse esposte a rischi quotidiani.

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Clamore e grande risonanza caratterizza il caso Volkswagen in queste ultime settimane e può sembrare banale ribadire concetti ripetuti migliaia di volte dai media.

L’informazione sul caso è quasi asettica e i giornalisti si trovano imbarazzati nell’approfondire un problema che pare essere la punta di un iceberg in un terreno come il mercato dell’auto simbolo per antonomasia di progresso, crescita, tecnologia.

Qual è allora il punto nodale su cui verte il terremoto scatenato quasi per caso da un ricercatore americano?

Procediamo per ordine e chiariamo i confini della questione: punto primo la nota casa tedesca mette a repentaglio la propria reputazione, quella che si costruisce per anni con molta fatica, in virtù di un guadagno economico rilevante ma non abbastanza per coprire il danno arrecato dalla verità emerge; punto secondo se il gigante tedesco barcolla i concorrenti non approfittano di questo momento di debolezza per infierire (per mezzo del marketing), anzi, sono terrorizzati dall’espandersi a macchia d’olio di una sfiducia totale nei confronti dell’intero settore auto; le organizzazioni economiche chiamate aziende sono orientate per loro natura al profitto, per cui risulta abbastanza coerente il fatto che ogni azienda abbia come focus primario la generazione di un maggior profitto nel tempo.

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Pubblicato da su ottobre 16, 2015 in Uncategorized

 

Attenti al lupo!

A-teenage-girl-reading-he-007La trappola dei media social network

L’entrata preponderante dei social network nella quotidianità giovanile nasconde il grande pericolo di quel che potremmo chiamare ignoranza digitale. Il fenomeno molto più frequente di quanto si possa pensare, è presto spiegato: basta immettere in qualche blog strategico notizie più o meno verosimili, che attirino fortemente l’attenzione, per creare un fenomeno virale dalle conseguenze imprevedibili. Anche le maggiori testate giornalistiche presenti in maniera preponderante sui social network, Facebook e Twitter per citarne alcuni, usano una tecniche di marketing virali basate sullo stesso sistema (con notizie vere ovvio), ma i giornali non rappresentano il vero pericolo, lo sono invece le notizie provenienti da blog meno professionali o creati ad arte che evidenziano le cattive abitudini degli internauti ad approfondire poco o per niente tutto ciò che spopola nel web. Diventa facile in questo modo, alimentare la protesta generale con notizie ritagliate ad arte a rafforzare luoghi comuni o a creare nuovi stereotipi. Qualche formazione politica gioca la propria campagna elettorale puntando ad amplificare i luoghi comuni più diffusi riguardo a Rom e immigrati regalando agli italiani la percezione di essere di fronte ad uno stato di emergenza.

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Fatto a mano. Mi piace!

Tra nuove tendenze e solide realtà.

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Qualche anno fa li avremmo chiamati “creativi” o “inventori” ma nell’età della globalizzazione usare l’inglese è un imperativo categorico: sono i Makers, una via di mezzo tra l’esperto informatico e l’artista, un nuovo modello di artigiano tecnologico.

I makers sono per lo più giovani, nativi digitali, nati e cresciuti nell’era di internet e della comunicazione globale, sempre “on line”, che con la passione e il gioco hanno reso sempre più sfumato il confine tra il lavoro e il tempo libero, tra l’hobby e la professione.

Usano le macchine ultramoderne con la stessa cura e la maestria che gli artigiani di vecchia generazione mettevano nel fare i loro prodotti e grazie alla digitalizzazione arrivano a personalizzazioni estreme creando oggetti unici, assimilabili in alcuni casi a vere e proprie opere d’arte. Tra le tante anomalie generate dalla congiuntura economica iniziata nel 2008 e che è ormai diventata strutturale, la tendenza al risparmio o alla rinuncia di tutto ciò che era considerato superfluo ha indirizzato persone e aziende verso la nascita di un modello di creatività che tenga conto delle nuove esigenze con la generazione di prodotti durevoli ma soprattutto con valore intrinseco e che rispettino le nuove sensibilità ecoambientali.

La riscoperta degli oggetti fatti a mano o creati su misura non è più una semplice tendenza equiparabile alla moda del momento, il piacere rinnovato di costruire oggetti fai da te, per hobby o per semplice sfida è diventato uno stile di vita che annovera quantità crescenti di gruppi e di persone consolidando quella che è ormai una realtà definita. Non si spiegherebbe altrimenti il successo commerciale di Ikea con la vendita di oggetti e mobili per la casa fai-da-te.

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Pubblicato da su aprile 27, 2015 in Uncategorized

 

I Love Shopping

Più volte riemerge il discorso sul grado di inquinamento prodotto dagli imballaggi dei cibi confezionati presenti sugli scaffali del nostro abituale supermercato. Ebbene sì, la problematica degli imballaggi del loro riciclo e del loro utilizzo non è solo relegata a quella o a quell’altra azienda ma trasversalmente coinvolge tutto il settore alimentare e della GDO (Grande Distribuzione Organizzata). La domanda che sorge inequivocabile è sempre la stessa: “Comprereste in un supermercato che vende tutto sfuso?” Da quasi un anno a Berlino ha aperto i battenti il primo supermercato tedesco a imballaggio zero, dove tutti i prodotti si vendono non confezionati perché barattoli, barattolini e tutto quello che serve per contenere i prodotti lo fornisce il punto vendita o lo porta il cliente da casa.

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DAVIDE E GOLIA

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Le multinazionali della produzione del cibo inducono sempre più il consumatore ad una scelta obbligata.

È cosa nota che alcuni marchi di prodotti che troviamo negli scaffali dei supermercati appartengano a una sola azienda, e se l’azienda ha proprietà in più nazioni questa venga denominata multinazionale. All’interno di un grande supermercato però la nozione di multinazionale si perde a fronte una ricca e variegata quantità di marche che illudono, in un certo senso, il consumatore a operare scelte che sono reali solo in parte. La spiegazione è semplice: il 70% della produzione mondiale di cibo fa capo a poco più di una decina di multinazionali alle quali appartengono oltre 500 grandi marche. Secondo l’ultima rilevazione di dicembre 2014 i dieci “signori del cibo” ovverosia le multinazionali più grandi del pianeta fatturano complessivamente 450 miliardi, in pratica, l’equivalente della somma di tutte le economie dei paesi più poveri.

Le decisioni globali in materia di produzione sono concentrate in pochissime mani ed esiste la concreta possibilità che le stesse decisioni siano in grado di orientare se non controllare le piccole economie dei paesi produttori di materie prime. Molti prodotti percepiti dal consumatore come diversi e a sé stanti, in realtà, appartengono alla stessa multinazionale, che ne decide standard produttivi e qualità delle materie prime con processi non sempre virtuosi. Emblematica è la questione dell’olio di palma, un grasso vegetale di bassa qualità e nociva al nostro fisico se consumata in grande quantità – almeno secondo studi recenti – nascosto nell’elenco degli ingredienti dei prodotti sotto la voce olio di origine vegetale, almeno fino ad un mese fa. Ora la normativa europea impone che l’uso di tale olio sia esplicitato nell’etichetta. Una quantità inaspettata di prodotti contiene olio di palma nella sua produzione a scapito della nostra salute: dai grissini (tutti i tipi) alle merendine per bambini, dai biscotti alle patatine fritte. La quantità di olio di palma assunto da noi stessi e anche dai nostri bambini risulta così incontrollato con buona pace del nostro fegato. La cara e amata Nutella contiene olio di palma, ed è solo la punta dell’iceberg. Read the rest of this entry »

 
 

Questione di etichetta

Etichette sui prodotti alimentari più chiare a beneficio di tutti i consumatori.

Dal prossimo 13 dicembre i consumatori italiani ed europei scopriranno la presenza di un nuovo ingrediente in migliaia di prodotti alimentari. Stiamo parlando dell’olio di palma, una sostanza fino a oggi celata dietro la scritta “olii e grassi vegetali” in quasi tutte le merendine, i biscotti, gli snack dolci e salati, le creme, in vendita nei supermercati. La notizia, a prima vista, sembra essere solo una peculiarità per gli addetti ai lavori ovvero ai produttori di alimenti confezionati industrialmente ma la realtà, con una lettura più attenta, è ben diversa ed è facile scoprirne il motivo. L’etichetta è l’unico strumento visibile con il quale il consumatore può essere informato su quale sia la natura del suo acquisto, soprattutto per tutti quei prodotti trasformati dall’industria alimentare e proposti negli scaffali dei supermercati. In genere la tendenza attuale è di usare confezioni progettate dagli esperti grafici e di marketing per rendere un prodotto più appetibile ed acquistabile rivestendo completamente l’alimento, nascondendo di fatto l’aspetto reale del prodotto sostituito da un’immagine “virtuale” più attraente, dai colori vivaci e stimolanti. Accade così che il latte venga confezionato in contenitori di tetrapak con grandi foto di mucche o malghe d’alta montagna oppure che i biscotti siano avvolti da confezioni dorate recanti immagini di mulini in cui si macina il grano. Ma è davvero una buona comunicazione?  Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su dicembre 16, 2014 in Uncategorized

 

Speriamo che sia femmina!

La condanna della ragazza Anglo Iraniana Goncheh Ghavami riapre la ferita sulla differenza di genere.

 

Un anno di prigione, questa la sentenza del tribunale iraniano che ha condannato Goncheh Ghavami, la ragazza di 25 anni con doppia cittadinanza, britannica e Iraniana, rea di aver assistito ad una partita di pallavolo maschile. La legge iraniana non permette che le donne assistino a gare sportive in cui partecipino uomini pertanto la condanna è indiscutibile (almeno per i giudici iraniani). A nulla sono valsi gli appelli e le proteste del governo inglese in quanto lo stato iraniano non riconosce il valore della doppia cittadinanza per cui se il reato è stato commesso sul suolo iraniano decade ogni richiesta in merito. Al di là della problematica legislativa sul diritto internazionale il caso riapre la ferita mai sanata sulla discriminazione di genere molto acuta nei paesi di religione mussulmana un vero e proprio ostacolo culturale nei rapporti tra oriente e occidente. In occidentale la differenza di genere si sta colmando più o meno velocemente: da un lato si sono fatti notevoli progressi in campo legislativo – diritto di voto per citare un esempio – dall’altro però, in ambito sociale, rimane ancora un divario notevole dovuto alla presenza di stereotipi culturali consolidati nelle tradizioni e nei percorsi storici delle comunità umane.La presenza di stereotipi culturali nell’ambito della diversità di genere enfatizzano differenze tra uomo e donna che non hanno nessuna ragione d’essere a livello logico ma che alimentano tradizioni e leggende metropolitane dai risvolti più impensati. Quante volte abbiamo sentito nei discorsi l’affermazione priva di alcun fondamento scientifico che “I maschi sono più portati per la matematica!”. L’esistenza stessa di uno stereotipo in questo senso ingenera e determina la differenza nelle abilità matematiche fra maschi e femmine in età scolare, una specie di profezia che si autoavvera.Infatti, a onor del vero, le donne hanno performance peggiori degli uomini nelle prove matematiche nei test scolastici di controllo ma molti ricercatori hanno osservato che la consapevolezza del fatto che saranno esaminate in unarea nella quale predomina uno stereotipo che le sfavorisce, rendono effettivamente meno. A dare una valenza scientifica a tale affermazione ci hanno pensato Michael Johns, Toni Schmader, e Andy Martens in uno studio apparso tempo fa su Psychological Science. I tre ricercatori hanno coinvolto tre gruppi di studenti di un college americano, maschi e femmine: al primo gruppo è stato detto che sarebbe stato somministrato loro un test di “problem solving” per valutare le abilità cognitive generali, al secondo gruppo è stato detto che si trattava di un test di matematica per conoscere le differenze fra uomini e donne nelle abilità matematiche, al terzo gruppo è stato spiegato brevemente il fenomeno dello stereotipo e indicato alle donne che l’eventuale ansia che avrebbero provato era da attribuire alla minaccia stereotipo e non era correlata alle loro effettive abilità matematiche. Naturalmente a ogni gruppo è stato dato lo stesso identico test composto da problemi presi dal GRE, Graduate Record Examination, in modo da rendere la prova asettica e priva di interferenze. Nel primo gruppo (problem solving) le donne hanno mediamente superato gli uomini, nel secondo (misurazione capacità matematiche) le donne hanno risultati decisamente più bassi (-50%) delle performance maschili, mentre nel terzo gruppo non è stato rilevata alcuna differenza di genere con risultati mediamente equivalenti. È allo stesso tempo evidente e sconcertante come lo stereotipo culturale insiste fortemente sulla differenza di genere e che mette in discussione molte delle convinzioni, presenti a livello culturale, sulla effettiva predisposizione dell’essere umano, uomo o donna che sia. Convinzioni che purtroppo attraversano trasversalmente culture, tradizioni e religioni; il caso Goncheh Ghavami è solo la punta dell’iceberg di una problematica presente, anche se in tono decisamente minore, anche all’interno della nostra religione. Non è sicuramente agevole rimettere in discussione convinzioni presenti nella nostra formazione culturale come assiomi, ma il rinnovamento parte sempre dalle coscienze ritrovate dei singoli e dalla capacità di rimetterci in gioco.

 
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Pubblicato da su novembre 24, 2014 in Uncategorized